Mareschi Danieli:«Superare la classificazione dei codici Ateco, per privilegiare la sicurezza dei lavoratori»

A seguito dell'ultimo decreto ministeriale, la presidente di Confindustria Udine si è detta "molto preoccupata" per la ripresa delle attività produttive

Anna Mareschi Danieli, presidente Confindustria Udine

L'ultimo decreto ministeriale ha confermato qualche riapertura in più, che riguarda studi professionali, librerie, fabbriche e negozi di vestiti per bambini. Restano ancora chiuse, invece, tutte le altre attività produttive, almeno fino a inizio maggio. A dichiararsi preoccupata rispetto queste nuove decisioni in termini di riaperture, la presidente di Confindustria Udine, Anna Mareschi Danieli, che mette sul piatto le proposte dell'associazione.

Le parole della presidente

L’ultimo decreto conferma l’impostazione del precedente. C’è qualche leggera apertura, ma non riguarda, se non marginalmente, la manifattura. Non è quello che auspicavamo.

Ogni settimana di chiusura in più, infatti, rischia di pregiudicare la futura ripresa delle attività produttive. Molte aziende, purtroppo, non avranno la forza di farlo. Per questo siamo molto preoccupati. Abbiamo la sensazione che la politica non abbia compreso appieno la gravità dell’emergenza economica che è seguita a quella sanitaria.

Rispettiamo le decisioni assunte, ma continuiamo a manifestare questa preoccupazione e a fare proposte. La salute delle persone è al primo posto. Per questo suggeriamo al Governo di superare la classificazione per codici Ateco delle attività produttive, privilegiando invece un approccio fondato sulla sicurezza dei lavoratori. Il concetto è tanto semplice quanto chiaro, dal nostro punto di vista: apra chi è in grado di garantire la sicurezza, indipendentemente da altre logiche settoriali. Chi non è in grado di farlo si prenderà il tempo necessario per attrezzarsi e lo aiuteremo a farlo.

Noi non facciamo politica. Noi non giudichiamo i governi. Confindustria avanza proposte, analizza e giudica i provvedimenti. In questo caso, il vero limite, a monte di tutto, è una mancanza di visione. Stesso discorso per quanto riguarda le strategie e i tempi della ripartenza. Il fattore tempo è diventato fondamentale. Non solo bisogna pensare adesso alla cosiddetta Fase 2 in termini strategici, ma bisogna fare. Bisogna fare subito.

Questa è una crisi pesantissima, ma è anche un’occasione per l’Italia che vuole cambiare passo. Abbiamo davanti a noi una fase di ricostruzione e rigenerazione nazionale. Mettiamo in campo le risorse migliori per riformare e modernizzare il Paese. Il tempo è poco, le sfide sono enormi, in chiave nazionale, europea e globale. Le risposte dello Stato ai cittadini, alle imprese, devono essere all’altezza.

Da questo punto di vista, anche il decreto liquidità varato in settimana ci lascia perplessi. La via scelta dal Governo per uscire dall’emergenza è quella di favorire l’indebitamento delle imprese. Non è una scelta indolore. Più alto è l’indebitamento, più difficile diventa investire. Ma, quel che è peggio, sono i tempi di rientro: 6 anni non sono sostenibili. Prendiamo la crisi del 2008: non sono bastati 10 anni al Paese per riguadagnare gli stessi livelli di PIl. Si pensa veramente che ce la faremo in 6 anni?

Veniamo poi al sistema delle garanzie. Per le piccole imprese lo Stato garantisce i prestiti al 100%, ma più che piccole, queste sono micro imprese. Moltissime aziende per ottenere questo prestito in emergenza dovranno comunque attivare con le banche una valutazione del merito del credito. E questo è un problema. I prestiti dovrebbero essere articolati su almeno 10/15 anni di durata. E la garanzia totale dello Stato deve essere allargata alla maggioranza delle imprese. Se facciamo indebitare le imprese per pagare le tasse significa che non si è capito nulla.

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