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La Polizia nei dintorni della zona dove si è verificata l'aggressione

La Polizia nei dintorni della zona dove si è verificata l'aggressione

Il fratello dell'accoltellato: «Hanno voluto colpire me, sono un vero e proprio clan»

Parla Rafikul Islam, fratello di Shbug - aggredito domenica sera nei pressi di viale Leopardi -. Racconta una storia di sacrifici e duro lavoro per integrarsi, messa in discussione dagli uomini dell'"Italbangla"

«Sono presidente della Onlus “Comunità del Bangladesh” della provincia di Udine, un riferimento per tutti quelli che provengono dal mio paese d’origine. Faccio l’interprete - all’occorrenza - per la Questura e per l’ospedale. Questa posizione non è digerita da alcuni miei connazionali, e per questo motivo hanno aggredito mio fratello Shbug. Così facendo hanno voluto colpire me».

UNA STORIA DI INTEGRAZIONE. Non ha dubbi Rafikul Islam, poco più che trentenne, con un passato da irregolare e un presente di duro lavoro e di due attività imprenditoriali gestite in città assieme alla moglie e, appunto, al fratello (che è alle sue dipendenze): si tratta di un distributore di benzina in via Pozzuolo e di un negozio di frutta e verdura in via Aquileia. Quella che lo riguarda è una storia di vera integrazione, iniziata partendo «da sottozero, non da zero» come ha tenuto a specificare. Rafikul arrivò in Italia nel 1997, a 15 anni, con un carico di clandestini. Venne così affidato alla “Casa dell’Immacolata - Don De Roja”, dove imparò l’italiano ( e pure il friulano) e un mestiere. Una volta maggiorenne un lungo periodo da dipendente in un distributore - 10 anni -, poi l’inizio della sua attività grazie ai risparmi messi da parte. Sacrifici e operosità senza sosta, come accaduto a più riprese per tanti nostri emigranti all’estero, ma al tempo stesso anche invidie, che già in passato crearono le frizioni che si sono manifestate nuovamente domenica.

IL CLAN “ITALBANGLA”. «Queste persone fanno parte di un vero e proprio clan. Si sono addirittura dati il nome di “Italbangla”. Non hanno mai manifestato pretese di controllo del territorio, ma di quelle che sono le dinamiche e i riferimenti dei bengalesi si. Vorrebbero che tramite l’associazione si gestissero dei contributi pubblici per fare i loro comodi, ma io non ho nessuna intenzione di usare del denaro dello Stato per questi scopi. Segnalai la cosa già nel 2013 alla Questura. Da quel momento me la giurarono, e il primo novembre del 2014 venni aggredito a pugni e accoltellato al dito da un gruppo che fa riferimento alla stessa gang. Per questa vicenda il procedimento giudiziario - dove Rafikul è difeso dall’avvocato Alessandro Campi - è ancora in corso». 

LA PAURA. Quella storia di violenza non è ancora finita dal punto di vista processuale e quest’ultima è appena iniziata, e difficilmente terminerà a breve ( i responsabili sono ancora ricercati). Senza fine è anche la paura, sia di Rafikul che dei suoi familiari: «Mio fratello ha subito una ferita grave (è ricoverato al Santa Maria della Misericordia), ora spero che la natura faccia il suo corso e che possa riprendersi al meglio. Io cerco di farmi forza, ma temo per la salute e l’integrità fisica dei miei cari».

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