Waqar e il suo sogno di diventare attore: storia quasi qualunque di un richiedente asilo

Waqar ha 25 anni ed è in Italia da 3 anni e 8 mesi: fa il mediatore culturale ma sogna di diventare attore. Ogni mese invia i soldi alla sua famiglia che fa il tifo per lui

Waqar durante le riprese per uno spot pubblicitario

Occhi scuri scuri e sguardo profondo e intimo. Queste sono le prime cose che si notano osservando Waqar. Poi viene fuori il fisico asciutto, il sorriso, i muscoli delle braccia, le gambe magre. E le parole. Un fiume di parole che sgorgano da una bocca sempre sorridente. “Ho due storie da raccontare, ma la prima mi sono stancato di ripeterla, ora preferisco concentrarmi sulla seconda”. Waqar ha 25 anni e un entusiasmo tipico dei ragazzi, benché i giovani che affrontano esperienze come la sua siamo decisamente abituati a vederli con espressioni diverse. Lui è pakistano, e ha lasciato il suo paese e la sua famiglia cinque anni fa. Chi è costretto di intraprendere questo tipo di viaggio ci viene dipinto con espressioni cupe e sguardi nella migliore delle ipotesi privi di speranza. Ma per fortuna abbiamo sempre la facoltà di andare oltre quella prima impressione, basta volerlo. E quella di Waqar può diventare così una storia qualunque, una tra le tante. Preziosa come tutte.

La seconda vita di Waqar

Waqar è in Italia da tre anni e 8 mesi. Come tanti ambiva la Germania, ha voglia di lavorare, ha studiato informatica e il Belpaese non ha la nomea di essere particolarmente accogliente, nemmeno per chi vuole guadagnarsi da vivere. “Ma il destino ha voluto che mi fermassi qui”, dice, ovviamente sorridendo. Il primo posto che conosce, per 8 lunghissimi mesi, è la caserma Cavarzerani, in via Cividale a Udine. “Sono stato fortunato, quando c’ero io eravamo in 1200 ma ci sono stati momenti in cui c’erano moltissime persone in più ed era impossibile stare bene”. Questo è il periodo a cavallo tra le due storie di Waqar: un periodo difficile che non ama raccontare, ma che si sforza di descrivere probabilmente per ricordarsi che “volere è potere”.

Dalla Cavarzerani esce dopo quasi un mese di ospedale, dove è stato ricoverato per problemi respiratori piuttosto gravi. In reparto conosce una persona che lo ascolta, al tempo Waqar parlava “solo” inglese, oltre all’Urdu e alle altre lingue del Pakistan, e che lo facilita nell’entrare nel sistema di accoglienza diffusa e a trovare un posto in un appartamento. Questa svolta inaspettata lo carica di nuova determinazione. “Penso che ognuno di noi abbia un talento e il difficile è scoprire quale sia. Al tempo pensavo che il mio fossero le lingue e così mi sono messo a studiare l’italiano”, ci racconta. Lo impara facilmente e in fretta e così trova posto come mediatore culturale in una comunità dove vivono minori stranieri non accompagnati. Nel frattempo fa un corso di pasticceria, dove prende praticamente il massimo dei voti e il docente insiste per fargli proseguire quella strada, ma lui non la sente come “il suo talento”.

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Il sogno

È nel 2018 che qualcosa cambia in lui. Un giorno, al campo di cricket dove si trova con gli amici a giocare, arriva un uomo ad osservarli. Cerca storie per un film, lui ha una casa di produzione cinematografica italo-australiana e vuole conoscere le vite di chi è additato come il grande nemico dei giorni nostri. Gli immigrati, i richiedenti asilo, i profughi. Waqar ha voglia di parlare e, tra una chiacchiera e il racconto del viaggio che gli ha cambiato la vita, tra i due si crea un certo feeling. Waqar non ha difficoltà a fare amicizia e se anche la sua “prima storia” è fatta di paura e sofferenza, in questa sua seconda vita si fida degli altri. Dopo Davide, così si chiama il produttore, Waqar conosce anche la moglie Ruth, che di mestiere fa la regista. Parlano tanto e Davide, un giorno, la butta lì. “Dovresti fare dei casting, sei fotogenico e spigliato”. A Waqar si illuminano gli occhi, fare l’attore… non ci ha mai pensato. E così ci prova, si mette in fila, come gli altri. Lui che ha studiato informatica, lui che fa il mediatore culturale, lui che ha le mani d’oro per fare dolci. Lui che viene dall’altra parte del mondo e le persone pensano spesso di lui che sia il male assoluto.

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L’inizio di una carriera e di una nuova vita

Presentarsi ai provini non basta, è facile intuirlo. Così Waqar, benché sia effettivamente dotato di un piglio accattivante e di una buona espressività, comincia a esercitarsi. L’italiano, la mimica, l’accento. Ma anche il fisico, prima emaciato e imberbe, ora sempre magro ma in salute. E così arrivano i primi lavori nelle pubblicità. Praticamente un sogno. “Ci sono persone che non riescono a capire qual è il loro talento in tutta la loro vita. Io penso di averlo capito anche se credo sia un po’ tardi.. ma non per questo ci voglio rinunciare”. Sorride, Waqar. Sa che non sarà facile, ma non ha nessuna intenzione di rinunciare solo al pensiero della fatica da fare. Continua a lavorare in comunità (”è difficile a volte farsi ascoltare da ragazzini che vedono in te un pakistano e non un adulto”, ci confida sapendo di avere essere lo stereotipo perfetto dei pregiudizi) e a mandare ogni mese i soldi alla sua famiglia. Quella famiglia che ha deciso di lasciare ormai cinque anni fa andando incontro al suo destino e che ora è estremamente orgogliosa di lui. Quel che succederà da oggi in poi non sarà frutto solo del destino, ma anche della caparbietà di un giovane che, come tanti, ha un sogno da realizzare. E quel che è successo prima, la sua “prima storia”, ve la potete far raccontare direttamente da lui, se vorrà parlarne. Ma dovrete armarvi di tempo e molta empatia perché è la storia di una vita e, come tale e come tutte, deve essere trattata con cura. 

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