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Mercoledì, 26 Gennaio 2022
sociolinguismo

Dopo tre anni che ci sono, l'anacronistica e inutile polemica sugli asterischi

La società cambia e, con essa, la lingua: chi si "sveglia" ora polemizzando sull'uso degli asterischi sugli striscioni di Uniud non solo è fuori dal tempo, ma non si sforza nemmeno di capirne il senso

“Tvb” va bene. “Tutt*” no. Gli errori grammaticali e ortografici sono concessi, l’uso dello schwa è aborrito. È evidente che si tratta di una questione ideologica, perché siamo tutti e tutte in grado di adeguarci ai cambiamenti sociali (non a caso si parla oggi di sociolinguismo e non più semplicemente di linguismo) ma solo quando rispecchiano la nostra zona di comfort. Ovvero il nostro pensiero privo di confronto, empatia e indagine. 

La polemica

Adesso, dopo più di due anni da quando l’Università degli studi di Udine ha avviato la sua campagna che rientra nel programma del Cug, il Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la polemica: inutile quanto clamorosamente in ritardo. Altro piccolo indizio di quanto chi ha deciso di condurla sia avulso (e avulsa) dall’evoluzione costante a cui la società e la lingua sono sottoposte: una battaglia, la loro, che si rappresenta con l’immagine di una mano chiusa che tenta di trattenere una manciata di sabbia. Per quanto forte si stringerà il pugno, i granelli continueranno a scappare via. 

I social

Non saranno certo i tweet e i post su Facebook di chicchessia a fermare qualcosa di totalmente indipendente da loro (e dagli striscioni dell’Università, sia ben chiaro). L’evidenza di ciò sta nel seguito che queste prese di posizione “social” hanno scatenato, con la solita pletora di commenti poco calzanti, molto critici e per nulla costruttivi. Scrivere “coglione” o commentare sbagliando l’ortografia per dire come gli asterischi siano “contro la lingua italiana” è emblematico del tenore di questo non-dialogo squisitamente attuale.

Uniud inclusiva

Pace, il mondo (inclusivo o meno che sia) andrà avanti anche a fronte di queste estemporanee prese di posizione. Prese di posizione che oltretutto si muovono nei confronti di un’istituzione, quella dell’Università di Udine, che nel tempo ha dimostrato con i fatti e non con l’uso di grafemi di provare ad essere il più inclusiva possibile. Il fatto di essere stata una delle prime in Italia ad aver avviato il percorso per l’identità alias, ormai diversi anni fa, dovrebbe far mettere il cuore in pace a quanti e quante decidono ora di scagliarsi contro l’utilizzo di un asterisco (in questo caso altamente simbolico) su uno striscione. Sforzarsi di capire questo evidentemente è troppo, a fronte della rapidità di un commento sui social del quale non ci si assume poi la responsabilità delle conseguenze. 

Il bilancio di genere dell'Università di Udine

Più diritti, meno chiacchiere

Non c’è nessuno stravolgimento della lingua, c’è un modo per richiamare un’attenzione troppo sbiadita su questioni sempre più rilevanti partendo dal principio che allargare l’orizzonte mentale di qualche persona non significa restringerlo per altri e per altre. Come dire “garantire diritti alle minoranze non li toglie alle maggioranze”, ma tant’è, questa è l’era di chi tira più velocemente fuori la sua pistola, poco importa chi finisce in mezzo alla sparatoria. C’è di buono, però, che se ne parla. A fronte di queste polemiche nate già vecchie, mi immagino studenti e studentesse (anche se al singolare, in questo caso, è valida per entrambi i generi la formula “studente” perché i nomina agentis in -ante e -ente, molti sono conversioni da participi presenti, sono normalmente ambigeneri e quindi vengono usati sia come maschili sia come femminili, giusto per fare della corretta informazione) che ridacchiano e passano decisamente oltre. Quegli asterischi sono stati usati per includere sì, ma anche per lanciare un messaggio. Saranno lieti e liete di sapere, in Università, che finalmente questo messaggio sia arrivato anche a certi piani della società friulana. D’altronde è ormai “solo” anni che si dibatte a più livelli di questioni linguistiche relative al genere, che vanno dai grafemi ai fonemi passando sulla costruzione del femminile di parole sempre usate al maschile solo perché la società quello ci dava. Mettetevi l’anima in pace, “ministra” è italiano, che a voi piaccia o meno: non è che se una parola non ci piace allora è sbagliata, non funziona così, non siete voi a decidere. Ma siete liberi di continuare a usare il maschile, anche pensando con una certa spocchia che il maschile plurale sia inclusivo. No, è un abitudine dettata più che altro dalla pigrizia, non una convenzione accettata a prescindere e impossibile da cambiare.

Più tempo per includere, meno tempo per polemizzare

E bene ha fatto qualcuno a commentare, sotto uno dei post che polemizzavano, che ci sono persone “tutte concentrate a dire buongiorno a tutte e a tutti, a non mettere sempre un sesso davanti all'altro ma ad alternarlo scrupolosamente, si correggono continuamente quando dimenticano le loro regolette, cercano parole che non possano nemmeno lontanamente richiamare esclusivamente il sesso maschile (es. Amici diventa persone amiche)”, persone in questo commento definite “macchiette” che “quando vogliono esprimere un concetto ci impiegano il doppio del tempo”. È proprio questo il senso: abbiamo tanta fretta di arrivare in un punto d’arrivo per raggiungere il quale si calpestano diritti, sensibilità, fragilità ed emozioni altrui, senza fermarsi a pensare. L’importante è tirare fuori la pistola per primi. E per prime. 

commento 9-2

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