"Impotente e irrequieta", il racconto di una friulana durante il lockdown in Africa

Il coronavirus è arrivato in Africa, dove i singoli stati stanno prendendo provvedimenti per frenare il contagio. Una friulana in Senegal ci racconta di come il paese abbia reagito al virus con la chiusura delle scuole e locali, con un coprifuoco, l'interruzione dei trasporti e con la paura di un sistema sanitario insufficiente

Una via di Dakar completamente deserta

La paura è nostra, che siamo dentro a questa emergenza sanitaria e a questo lockdown da settimane. Ma ormai è anche una paura diffusa in tutto il mondo. Il coronavirus è arrivato in ogni angolo del pianeta, creando grandi difficoltà in stati che non sono pronti a mettere alla prova sistemi sanitari impreparati. A raccontarci come sta reagendo l'Africa è una friulana che da anni lavora nel mondo della cooperazione internazionale in Senegal, uno dei paesi con un sistema sanitario nazionale più efficiente del continente, eppure lontano dagli standard europei. La corregionale ci racconta non solo cosa sta succedendo a Dakar e in Senegal, dove è stato decretato lo stato d'emergenza, ma anche cosa significa vivere questa situzione lontani da casa, pieni di incertezze e paure. 

Il racconto

Fannhock alle 8 di mattina di un giorno infrasettimanale non é mai stato così silenzioso, si sentono solo gli uccellini e l’ululare del vento. Fannhock è il quartiere di Dakar dove vivo, un quartiere popolare e residenziale allo stesso tempo, si trovano belle ville di persone agiate ma, se cammini due strade più in là, puoi incontrare assembramenti di lamiere e legno molto simili ad una baraccopoli.
Da martedì 24 marzo, con solo una settantina di casi, il Presidente della Repubblica ha decretato lo stato d’emergenza, la chiusura dei locali e delle scuole e il coprifuoco dalle 20 alle 6 di mattina. Coprifuoco che nelle viette del quartiere sembra estendersi anche al giorno. Probabilmente la paura data dai numeri dei contagi che, seppur piano, continuano ad aumentare di giorno in giorno, e le varie campagne di sensibilizzazione, stanno iniziando a dare i loro risultati.
Sempre martedì, il Ministro degli Interni ha emanato un decreto che istituisce il divieto temporaneo di circolare tra città e città, e regione e regione di persone e beni, fatto salvo alcune categorie come il personale sanitario, ministri, deputati, ambasciatori. A questo si aggiunge anche un decreto del ministro dei Trasporti che praticamente chiude tutte le stazioni dei trasporti interurbano e dà anche le indicazioni al trasporto urbano sul numero massimo di passeggeri per veicolo (sia mezzi pubblici che privati). Ad esempio, un privato cittadino può portare con sé in macchina solo 2 passeggeri, che devono stare alla distanza di sicurezza e portare maschera e guanti.

Insomma, dalla prima mossa del Presidente il 20 marzo con cui ha fermato il traffico aereo per 30 giorni per bloccare il più possibile l’importazione di casi , le istituzioni senegalesi sembrano aver preso in modo molto serio la pandemia, anche se qualcuno lamenta la non chiarezza nel cosa si può fare e cosa no anche qui.

Probabilmente quindi il silenzio del quartiere è dovuto al fatto che il trasporto pubblico sta lasciando a casa molte persone e forse anche al fatto che durante la prima notte di coprifuoco in alcuni quartieri più popolari di Dakar si sono verificati episodi gravi di violenza da parte della Polizia verso poveri cittadini, ma anche qualche giovane scapestrato, che non avevano ancora seguito alla lettera l’indicazione del coprifuoco. Qui però è difficile rifiutare di accogliere un amico o un parente in casa, e qui c’è sempre qualcuno che viene a bussare alla porta per un saluto o anche un pugno di riso.
C’è chi dice e chi spera che il prossimo passo possa essere il confinamento totale, ma è molto problematico mettere in pratica questa soluzione in un paese come il Senegal dove spesso uscire di casa equivale a cercarsi un lavoro alla giornata e quindi portare a casa il pane.

Noi stranieri che qui abitiamo temporaneamente per periodo più o meno lunghi viviamo un po’ con apprensione questa situazione, da un lato perché lontani da casa e preoccupati per i nostri cari, dall’altro perché ovviamente il Senegal non ha un sistema sanitario che possa sostenere un aggravarsi della situazione come nei paesi europei. Il fatto di essere bloccati qui, poi, non aiuta a volte a pensare in modo lucido. Nella palazzina dove vivo, la proprietaria ha installato il dispenser di gel ad ogni piano e chi può usa mascherina e guanti. 

L’Ambasciata d’Italia si è attivata è già da una settimana, recensendo e chiamando i vari italiani sul territorio per capire le intenzioni rispetto ad un eventuale rientro e si sta coordinando con Alitalia per organizzare un volo commerciale speciale, visto che Alitalia non vola sul Senegal e visto anche il blocco delle frontiere. Mentre scrivevo c’è stato l’ultimo aggiornamento da parte del Ministro della Salute (con tanto di musica d’introduzione che sensibilizza sui buoni comportamenti da tenere): ad oggi siamo a 119 casi, di cui 11 guariti. Una settimana fa eravamo a 47.

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Lo stato d'animo

La prima parola che mi viene in mente è impotente. Ma anche irrequieta. Assistere a distanza a quello che sta succedendo in Italia fa male per tutte le vite sconvolte, sia dalla malattia che dalle conseguenze di questo lockdown e mi fa sentire che non posso fare nulla se non stare a guardare e cercare di farmi sentire vicina in qualche modo alla mia famiglia e ai miei amici sparsi in Italia, ma anche in giro per il mondo. Sono irrequieta perché vorrei poter fare qualcosa, ma non ho le competenze o anche la possibilità di fare qualsiasi cosa possa essere utile.
Impotente ancora di più se guardo al paese e alla famiglia che mi ha "adottata" qui in Senegal, perché se la situazione si mette male il paese collassa molto prima dell'Europa e l'insicurezza sanitaria e sociale potranno scoppiare da un momento all'altro. Spesso sento dire che qui visto la popolazione più giovane e visto il caldo, magari non sarà così dura...ma sicuramente i livelli di stress che può sopportare il sistema sanitario senegalese non sono alti. E quindi alla fine sì..., si va avanti ma sempre con un po' di paura, sia per l'idea di essere bloccata qui non si sa fino a quando sia per miei cari qui in Senegal, che anche se io avessi una via di fuga, loro di certo non ce l'hanno...
Voilà

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