Stiamo male, ma non sappiamo dare un nome a questa sofferenza mai provata

Una domanda sul mio profilo di Facebook mi ha fatto pensare che stiamo vivendo delle emozioni mai provate, che ci fanno piangere senza sapere bene il perché. Non sappiamo dare un nome a questo dolore, forse perché abbiamo smesso di parlarci davvero

Ieri ho scritto un post sul mio profilo Facebook. Benedetti social, mi vien da dire quasi per la prima volta in vita mia, che in questo momento riducono quelle distanze che ora come non mai ci sembrano siderali. Come tanti, di Facebook ne faccio un uso molto personale, per nulla didattico, zero divulgativo. Non condivido spesso articoli, né video, mai memes: è il mio sfogo per quando non so dove mettere i pensieri e penso poco che “di là” c’è qualcuno che li legge; penso soprattutto che “di qua” ci sono io che li scrivo perché se me li tengo dentro poi mi incasino tutta. E poi leggo, leggo ciò che rimbalza da una bacheca all’altra e soprattutto quali sono i pensieri degli altri. In questi giorni strani, che stanno segnando la nostra storia in un modo che forse non sappiamo ancora bene come e quanto, mi sono messa all’ascolto avvertendo questo overbooking della connessione. In mancanza della fisicità sentiamo il bisogno di un altro tipo di presenza, chat, videochat, messaggi, telefonate, dirette in ogni dove e in ogni quando.

Mai isolamento fu più affollato. Argomento già trattato, questo, e infatti non è qui che si vuol parare.

Però “ci manchiamo”, è inevitabile. Ci mancano le abitudini che, per quanto noiose, sbagliate e scorrette fossero, erano la nostra quotidianità che, non a caso, fa rima con identità. Ma per quanto continuiamo a connetterci gli uni con gli altri, in tutti i modi che la tecnologia ci consente, continuiamo a sentire l’assenza di qualcosa.

Il fatto è che, spesso, non sappiamo nemmeno darle un nome, a questa cosa che ci manca. Ci sfugge. A volte è un sorriso, altre una voce, spesso un abbraccio, una presenza, un modo. Un modo di vivere. Siamo pur sempre animali sociali… animali che però danno per scontate un sacco di cose.

E in questi giorni, stando all’ascolto degli altri ma anche e soprattutto di me, mi sono accorta che una delle cose che mancava e mi mancava di più era sentirmi fare una domanda. Una domanda spiazzante, di quelle che s’infilano lì dove un “come stai” qualsiasi non arriva mai perché troppo abusato e generico.

Allora l’ho scritta sulla mia bacheca.

“Avete pianto in questi giorni? E perché?”.

L’ho scritto perché io ho pianto ogni giorno da quando è cominciata questa quarantena e anche prima. Ma io, come si suol dire, non faccio testo, sono quella a cui si inumidiscono gli occhi per Masterchef Junior, per i boccioli delle magnolie e per gli sguardi dei cani. Ma ho sentito che attorno a me, in questo spazio così delicato e palpabile che si è creato tra gli esseri umani, si era formata come una nube densa di lacrime non versate e pensieri non espressi.

In meno di ventiquattr’ore, i commenti sotto il mio post sono stati 120. Un flusso costante di parole. Me l’aspettavo, devo essere sincera… ma forse non così tanto. In fondo io non sono “nessuno” e quindi il primo pensiero è stato “non parlano a me. Parlano a tutti e soprattutto a se stessi”. E quindi la congettura immediata è stata “quanto ne avevano bisogno!. Anzi, quanto ne abbiamo bisogno tutti.

Le risposte (è inutile che cerchiate il post, ovviamente per rispetto l’ho tolto) sono state diversissime tra di loro. Ed io ne sono stata felicissima, tanto da commuovermi a mia volta. Quella domanda a tutti e a nessuno è probabilmente servita ad alcuni dei miei contatti a dire qualcosa che non riuscivano a tirare fuori, a prendere consapevolezza di qualcosa che ci sta succedendo e con la quale non abbiamo mai avuto a che fare, a creare un nuovo perimetro all’interno del quale muoversi per sentirsi più sicuri. Quella domanda lasciata lì, su un muro bianco dove tutti sono autorizzati a scrivere, ha definito una nuova quotidianità, che fa sempre e ancora rima con identità.

E, per fortuna, ognuno la sua.

Io che son decisamente più brava con le parole che con i numeri, mi sono permessa di fare un rapido e facile calcolo. Delle persone che hanno commentato, il 65% si è lasciato andare tranquillamente alla confidenza del pianto, spiegandone le ragioni e interagendo anche con gli altri. Alcune interazioni tra sconosciuti, tra degli “anche io” e taluni “ti capisco”, un piccolo confessionale virtuale ma concretissimo. Il 16% ha dichiarato che no, non ha pianto. Chi ammorbidendosi dietro un “non ancora”, chi confidando semplicemente che non è nella sua indole, senza fronzoli aggiunti. I restanti, il 19%, hanno risposto ironizzando. Un’arma abusatissima, l’ironia. A volte reale a volte inutile, nel senso che spesso si ride per ridere e basta e non per nascondere qualcosa. La battuta più inflazionata è stato il pianto dovuto alle cipolle, che di ‘sti tempi sono super inflazionate nelle nostre cucine. Poi sono arrivati i pianti per film, documentari e guai fisici e, indovinate.. il 90% di chi ha ironizzato è di sesso maschile.

Da ieri penso a quanto è successo sulla mia piccola e insignificante bacheca di Facebook, al senso di parole affidate all’etere con almeno il 65% di speranza di ritorno.

Ci manchiamo. Ma ci mancavamo anche prima.

Il senso di tutto questo, mi auguro, sia che da questa quarantena in poi ci mancheremo sempre meno. Che non avremo paura di farci le domande “quelle giuste” e che le risposte continuino ad essere lo specchio di noi stessi. Anche io ci provo, non a rispondere. Ma a capire quali sono le domande che servono.

Ah, in realtà vi ho mentito. Il post non l’ho tolto, l’ho però reso visibile solo a me, perché lo ritengo un regalo inestimabile che conserverò con cura. Così come conserverò con il rispetto che si meritano i messaggi che mi sono arrivati in privato: a voi che mi avete scritto personalmente, grazie. Grazie di cuore.

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