Loro hanno sbagliato, non dobbiamo farlo anche noi esponendo la nostra parte peggiore

Da quando è uscita la notizia dei giovani che hanno prenotato il tavolo con la scritta "centro stupri", l'opinione pubblica si è scatenata spesso usando gli stessi toni deprecabili

Che i sette ventenni con le magliette e la prenotazione "Centro stupri" abbiano sbagliato è un dato di fatto. Che il loro errore giustifichi il nostro, però, non è accettabile. Possiamo dire che hanno sbagliato, possiamo dire che le scuse non bastano, nella misura in cui ad essere necessaria è un'educazione diversa che - tra l'altro - dovrebbe essere considerata un premio e non una punizione. Possiamo dire che serve fare qualcosa, ma non possiamo certo auspicare pene, sostituendoci alla legge. La Questura sta indagando e questo è un bene, devono fare il loro lavoro. Il nostro, però, qual è? 

Da giornalisti dobbiamo riportare i fatti, da editorialisti possiamo concederci il lusso di un commento, una riflessione. Da persone, cittadini, lettori, donne e uomini, probabilmente dovremmo solo pensare. Se una cosa ci indigna, ne dobbiamo comprendere le motivazioni profonde. Il ché significa in buona parte dei casi immedesimarsi, provare "empatia". Farlo con chi sta dalla parte del torto è difficile, ovviamente, ma è questo che ci differenzia dalle bestie. Siamo esseri umani, possiamo e dobbiamo farlo. Specie se quel torto se lo portano addosso giovani uomini con cui è possibile ragionare. 

A leggere la notizia di questi ventenni che hanno ignorato con una superficialità disarmante le conseguenze delle loro azioni e il peso delle loro parole, ha scatenato in noi delle reazioni molto forti. Non escludiamo affatto che per qualcuno le reazioni siano esagerate, se non ci fosse chi sottovaluta la portata dell'atto lo stesso non sarebbe mai accaduto. Ma chi si è sentito profondamente indignato e scioccato per questo caso spesso si è lasciato trasportare da questi sentimenti di rabbia lasciando che fosse quest'ultima a parlare. Ma quella rabbia ha usato però lo stesso vocabolario deprecabile che si stava condannando.

E come si fa a togliere il male con il male? Come si arriva alla profondità delle cose se chi condanna e giudica rimane a sua volta su quella superficie viscida e torbida che si vorrebbe rendere limpida? Dare della "creatura mononeuronica" (commento di Facebook) alle ragazze che hanno condiviso il cartellino della prenotazione "Centro stupri" non ha forse lo stesso peso di considerare le donne degli oggetti? Scrivere "se io fossi loro padre mi sotterrerei dalla vergogna", decretando da chissà quale pulpito il fallimento dell'atto genitoriale, non mortifica in maniera inutile genitori che probabilmente stanno già mettendo in discussione il loro rapporto con i propri figli? Attaccare violentemente questi giovani uomini, chiedendo punizioni esemplari, auspicandosi che siano picchiati, rinchiusi in carcere, stuprati a loro volta e che le loro famiglie vadano in rovina non è giustificato da quanto da loro fatto. E chi non riflette prima di scrivere, dire e pensare queste aberrazioni ci rende forse peggiori di quello che pensiamo di loro o di chi, in altre occasioni, ha fatto qualcosa che noi abbiamo giudicato sbagliato.

Infine, chiedere a gran voce nomi e cognomi di queste persone che senso ha? La Questura (come del resto tutti noi) è già in possesso di questa informazione, fotografie e screenshot sono circolati velocemente da telefono in telefono, in questi giorni. Se i media pubblicassero le loro generalità, cosa cambierebbe, cosa succederebbe poi? Rappresaglie? Stalking morboso attraverso i social per spulciare nelle vite di chi giudichiamo credendo così di capire di più e meglio e poter così giudicare ancora e ancora? La gogna mediatica è un atto punitivo non necessario e poco civile. Ognuno ha il suo mestiere. E ognuno ha la sua coscienza: quando ci crediamo nel giusto siamo pronti a diventare come le bestie, peggio di quelli che giudichiamo dalla parte del torto. Senza nemmeno accorgercene. E forse è questa la conseguenza peggiore di un fatto così grave, farci diventare la parte peggiore di noi stessi.  

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