"Questa bastonata ci mette in ginocchio", l'amarezza di una commerciante del Città Fiera

In base all'ultimo Dpcm i negozi nei centri commerciali dovranno chiudere i festivi e prefestivi. Protestano i commercianti e il Consiglio Nazionale dei Centri Commerciali chiede la revoca.

Nei soli ottobre, novembre e dicembre fattura il 60% dell'intero anno, così come in generale tutto il comparto della moda. Nel 2019, a novembre, aveva fatturato nei fine settimana il 50% di tutto il mese. “Chiudere ora i week end vuol dire metterci in ginocchio e rischiare di non poter più tenere aperto”. L'amarezza è tanta. A tratti fa il posto solo alla rabbia. Marina Corradini gestisce da 15 anni lo store Timberland, Frau e Napapijiri. Tutto andrebbe bene se il negozio si trovasse in un centro storico. Invece, in questo caso il centro è commerciale, il Città Fiera di Martignacco. E come tutti i centri commerciali d'Italia, in base all'ultimo Dpcm per il contenimento della pandemia, dovranno chiudere le porte i festivi e prefestivi, ad eccezione delle farmacie, parafarmacie, presidi sanitari, punti vendita di generi alimentari, tabacchi ed edicole. Fino al 3 dicembre.

"Ora la bastonata finale"

“Dubito riusciremo a resistere in queste condizioni – ci spiega Marina –. Dopo il primo lock down c'era già stato un grande spauracchio e la gente non veniva più volentieri nei centri commerciali. Da allora, seppur a fatica, ci siamo ripresi a malapena. Ora – denuncia – la bastonata finale che ci mette in ginocchio. Alcuni nostri dipendenti devono ancora ricevere la cassa integrazione per la chiusura primaverile. All'epoca – spiega – siamo intervenuti noi con quello che avevamo messo da parte, ma ora non saremmo più in grado di farlo”.

Rabbia e amarezza per la disparità di trattamento

La rabbia o, meglio, l'amarezza emerge dalla voce della titolare nel descrivere la disparità a cui sono sottoposti. “Perché – denuncia – un'altra realtà, magari di 10 mila metri quadri, ma non un centro commerciale, può tenere aperto e noi no? Dove sta la sicurezza in un posto piuttosto che un altro?”. Anche le differenziazioni geografiche previste dal decreto creano delle disparità. “Se si decide, in base ai parametri del Governo, che il Friuli è una zona gialla – racconta ancora Marina –, perché un centro commerciale in questa regione, invece, è trattato alla stessa stregua di un altro presente in una regione rossa come, ad esempio, la Lombardia?”.

La protesta del Consiglio nazionale dei centri commerciali

Quelle espresse dalla commerciante friulana sono le stesse lamentele del Consiglio nazionale dei centri commerciali che in una nota ha duramente criticato il provvedimento che comporta “un’immotivata, ingiustificata e ingiustificabile discriminazione fra le attività presenti all’interno o all’esterno di un centro commerciale – scrivono – e a una grave distorsione della leale concorrenza”.
Il motivo della protesta è chiaro. “Se il criterio adottato è effettivamente quello del potenziale rischio di assembramento o di mancato rispetto del distanziamento sociale all’interno di una struttura di vendita – prosegue la nota –, non si comprende come tale rischio possa essere differente a causa della sua localizzazione. A parità di metratura, infatti, al di fuori dei centri commerciali, una grande struttura, di oltre 2 mila metri quadri, che vende complementi d’arredo, articoli di elettronica, di ferramenta o prodotti per il bricolage sarà aperta al pubblico, mentre un esercizio equivalente all’interno di una galleria dovrà essere chiuso nei fine settimana e negli altri giorni festivi e prefestivi senza una oggettiva motivazione. A tutela dei propri operatori – conclude la nota – si chiede pertanto una immediata revisione del testo del Dpcm, al fine di evitare che i centri commerciali subiscano una grave disparità di trattamento e discriminazione rispetto a strutture di vendita caratterizzate da analoghe dimensioni e rischi di affollamento, e ribadisce la necessità dell’intero settore di poter beneficiare del programma di ristori che verrà predisposto dal Governo”.

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