Cibo criminale: il nuovo business della mafia italiana

Il libro-inchiesta che racconta dei crimini legati al cibo: molti prodotti made in Italy vengono il più delle volte importati dall'estero e spacciati per prodotti tipici locali attraverso la falsificazione del marchio di provenienza

© Charles Haynes

Può un cibo essere criminale? Anche se può sembrare strano, sembrerebbe proprio di si. A descrivere questa triste realtà del nostro comparto agroalimentare è il libro inchiesta "Cibo criminale": il nuovo business della mafia italiana scritto dai giornalisti Luca Ponzi (Rai di Bologna) e Mara Monti (gruppo Sole 24Ore). Molti prodotti made in Italy che il mondo ci invidia, come ad esempio il prosciutto San Daniele, vengono il più delle volte importati dall’estero e spacciati per prodotti tipici locali attraverso la falsificazione del marchio di provenienza.


 

I crimini legati al cibo che vengono raccontati nel libro riguardano le truffe nell'utilizzo improprio di denominazioni di origine controllata, come il marchio Made in Italy associato a cibi di qualità, ma che in realtà nasconde prodotti scadenti o provenienti da altri paesi. Il fenomeno si chiama “Italian sounding” e sarebbe quel valore aggiunto che viene automaticamente attribuito a certi prodotti per il solo fatto di richiamare l'Italia e rende i consumatori disposti a pagare di più per acquistare un prodotto ritenuto di qualità. A livello mondiale il giro d'affari dell'Italian sounding supera i 60 miliardi di euro (164 milioni al giorno), cifra 2,6 volte superiore al valore delle esportazioni agroalimentari. Per ogni scatola di pelati veramente italiani, per esempio, ce ne sono tre la cui materia prima, pur avendo nomi come Vesuvio o Dolce Vita, proviene dall'estero. Ed è così anche per i prosciutti, l'olio, la mozzarella e moltissimi altri prodotti fiore all’occhiello del nostro mercato agroalimentare. È stato calcolato che basterebbe recuperare una quota del 6,5% dell'Italian sounding sul mercato estero per riportare in pareggio la bilancia commerciale del settore.


 

“Di fronte a questi fenomeni - ha sottolineato alla presentazione del libro il presidente Coldiretti Mauro Tonello - diventa indispensabile una tracciabilità certa dell’origine degli alimenti, in modo che sia facilmente riconoscibile in etichetta la provenienza dei prodotti, per consentire ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli sulla reale origine del prodotto”.

Pietro Grasso, oggi Presidente del Senato e allora procuratore nazionale antimafia spiega molto bene la presenza della criminalità organizzata in questo importante settore quando afferma che «oggi, sotto il profilo dell’agroalimentare, è come se ogni italiano avesse aggiunto un posto a tavola per la criminalità organizzata: c’è un criminale che oggi sta seduto attorno a noi e che gode del fatto che, dovendo noi consumare dei pasti, paghiamo una parte di denaro in più rispetto a quanto dovremmo, a fronte di una qualità inferiore».


Le mafie si sono infiltrate in ogni attività economica e in tutto il territorio nazionale e molti dei prodotti simbolo del made in Italy e della dieta mediterranea, che ogni giorno vengono venduti in tutto il mondo, sono il nuovo business di mafia, camorra e 'ndrangheta.

Difficile stabilire con certezza il fatturato, ma secondo Eurispes è di circa 220 miliardi di euro all’anno, l’11% del prodotto interno lordo del Paese. La criminalità organizzata è abile e per finanziarsi è riuscita a fare incetta degli aiuti comunitari: per anni nomi di spicco di mafiosi e camorristi hanno incassato i finanziamenti all’agricoltura stanziati da Bruxelles, nonostante non ne avessero diritto. Ed è così che in un mercato sempre più globale, con regole non omogenee, la criminalità riesce a sfruttare ogni smagliatura nei controlli, arrivando a incrinare uno dei pilastri dell’economia nazionale, a tutto rischio del consumatore.

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