Verso un nuovo Copyright, Zullo: «No alla censura di massa, la partita è tutt’altro che chiusa»

L'europarlamentare ha votato contro il provvedimento che il vice premier Di Maio ha definito “una vergogna europea, uno scenario da Grande Fratello di Orwell”

Marco Zullo

Lo scorso 12 settembre 2018 il Parlamento europeo ha approvato il testo della direttiva sul copyright, con 438 voti favorevoli, 226 contrari e 39 astenuti. Sono passati pochi giorni, eppure la questione sembra tutt’altro che chiusa. In molti si chiedono se le nuove disposizioni sanciranno un’importante cesura nel modo di vivere internet in Europa, e se questo accadrà ci sono ancora molti dubbi sul come, sul quando. Accesi sono i dibattiti in corso non solo tra i politici, ma tra tutti i soggetti coinvolti, dalla stampa ai grandi o piccoli editori, fino ad arrivare a tutti noi: gli utenti. Abbiamo deciso di parlare con Marco Zullo, eurodeputato del M5S operante nel Triveneto che quel giorno, a Strasburgo, ha votato “No”.

Diritto d'autore: ecco cosa cambia

Possiamo riassumere la situazione precedente in questo modo: da una parte abbiamo gli editori, che accusano il mondo social e quello dei motori di ricerca di sfruttare i loro contenuti a piacimento, senza nessuna forma di controllo o compenso;  l’altra parte si difende invece facendo presente quanto tali condivisioni generino traffico, dunque diffusione degli stessi contenuti all’interno della rete. Non ultimo, dia la garanzia agli utenti di una libera circolazione delle informazioni. Nonostante la recente approvazione, la questione copyright appare ancora parecchio controversa. Quanto siamo lontani da un equilibrio, cosa cambierà?

"Il 12 settembre, a seguito dell’approvazione, il Parlamento  ha dato mandato al relatore di avviare i negoziati nel cosiddetto ‘trilogo’, ovvero una fase di discussione per trovare un accordo tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea. Sarà determinante la posizione del Consiglio e il Governo italiano farà sentire la propria voce. Poi, al termine di questa fase, il testo tornerà al Parlamento per un nuovo voto. Quindi la partita è tutt’altro che chiusa".

Il M5S nasce e si diffonde attraverso la rete, è forse il primo partito politico nato dall’evoluzione digitale, che si esprime attraverso blog e social network. Di Maio ha reagito al voto di Strasburgo dichiarandolo “una vergogna europea, uno scenario da Grande Fratello di Orwell”. Nelle sue dichiarazioni, parla di una “censura di massa legalizzata”, può spiegarci meglio cosa ne pensa?

"Anch’io sono molto preoccupato, questa direttiva rischia di essere il primo passo verso la censura di massa e la scomparsa dei piccoli editori, proprio quelli che si dice invece di voler proteggere. Ci si è arroccati su posizioni ideologiche, è evidente che il settore dell’editoria stia vivendo un grande momento di crisi, ma non saranno queste soluzioni proposte a risollevarlo, anzi. Tutto ciò potrebbe portare a una ulteriore contrazione della visibilità dei contenuti online, senza contare che affidare alle piattaforme online la responsabilità di determinare che cosa possa o meno violare il diritto di autore vedrà scomparire contenuti dal web senza ragione, solo perché un algoritmo automatico non sarà in grado di distinguere tra un uso improprio di un contenuto e un contenuto artistico o di satira. E abbiamo diverse volte letto di casi di contenuti censurati erroneamente".

Due sono gli articoli al centro delle polemiche, entriamo nello specifico dell’art 11 che guarda da vicino il mondo dei media: si è parlato di “link tax” e di “snippet”, può farci un po’ di chiarezza?

"Riguardo l’art. 11 e la ‘link tax’, la toppa rischia di essere peggiore del buco. Qui il buco in questione sono i contenuti di blogger, autori, ma anche giornalisti ed editori di ogni crisma, che vedono i propri articoli apparire su Google News, Libero o su qualunque altro aggregatore di notizie, senza ricevere un euro per il lavoro d’autore. La formula è questa: sull’aggregatore appare il cosiddetto snippet, ovvero un estratto di due tre righe dell’articolo altrui, seguito dal link all’articolo originale, la toppa è di tassare gli aggregatori su ogni link, in modo tale che sia direttamente Libero o Google News a pagare l’autore dell’articolo originale linkato dall’aggregatore. In altre parole, agli editori viene concesso il diritto di vietare la condivisione su internet degli snippet. Così, per garantire agli editori quei profitti che hanno perso in seguito all’avvento di Internet, si è deciso di sacrificare la libera condivisione - che è alla base di Internet, in un’ottica assolutamente anacronistica".

Eppure non siamo il primo paese europeo ad adottarla. In questo caso, la cronaca parla spesso della Spagna, che l’ha introdotta nel 2014.

"Esatto, la toppa può risultare un autogol clamoroso. E’ appunto il caso che lei cita, in Spagna una link tax è già stata introdotta, ma senza il successo sperato. Alla richiesta degli editori di ottenere un risarcimento per i link, Google News e gli altri aggregatori hanno eliminato gli snippet e i link agli articoli originali, ma così facendo hanno fatto crollare il traffico sulle pagine dei giornali online. Lo stesso è accaduto in Germania. In entrambi i Paesi, Google è stato esentato dal pagamento. Tra l’altro, questa proposta rischia di danneggiare più i piccoli blog e gli autori indipendenti, rispetto ai grandi giornali. Mentre gli editori più forti sarebbero potenzialmente in grado di negoziare una mini remunerazione legata agli snippet (anche se l’esperienza spagnola e quella tedesca insegnano il contrario) quelli più piccoli non ne avrebbero certo la forza".

Il secondo articolo sotto esame è sicuramente il 13, che prevede il filtraggio dei contenuti caricati online. Riguarda dunque tutti noi, in veste di utenti. La domanda sorge spontanea, cosa dobbiamo aspettarci?

"Lo trovo ancor più pericoloso. Oggi, in base alla normativa sul commercio elettronico, le piattaforme non sono tenute a monitorare in maniera costante i contenuti caricati dagli utenti, ma devono attivarsi quando ricevono una notifica di violazione. Ora, nella proposta di riforma del diritto d’autore si pensa bene di inserire una novità: la verifica dei contenuti deve essere preventiva, e le piattaforme come YouTube, DailyMotion, Vimeo e le loro concorrenti, devono dotarsi di strumenti in grado di fare da filtro in maniera rapida, sistematica e su una grande mole di contenuti. Il problema è che i criteri per filtrare i video caricati su Internet sono totalmente arbitrari. In pratica, si stanno gettando le basi per una censura di scala".

Ci faccia un esempio concreto.

"Prendiamo il caso di Google. Google detiene YouTube, e Youtube, per vagliare le 400 ore di contenuti caricati sul proprio canale ogni minuto, possiede una tecnologia innovativa, chiamata ContentID, sulla quale ha investito moltissimo: ben 60 milioni in 8 anni. Secondo Google, Content ID è in grado di riconoscere film, trasmissioni tv, musica e qualsiasi altro contenuto coperto da diritto d’autore, attraverso un confronto con la copia originale memorizzata nei propri server. Ma ContentID permette ai grandi fornitori di contenuti di chiedere a YouTube di cancellare i contenuti caricati dagli utenti, anche se questi contenuti non violano il copyright. La rimozione dei video degli utenti è sempre più spesso oggetto di critiche. La rimozione dei contenuti caricati dai cittadini è arbitraria. La differenza è che con questa proposta l’arbitrarietà avrà copertura legale. Ora, la domanda può essere: è giusto che YouTube rimuova i contenuti che vuole e come vuole perché è un’azienda privata e dunque nei suoi canali può fare ciò che vuole?".

Quindi arriviamo al suo “no”, chiarito esaustivamente. Ma a questo punto quali sarebbero, secondo lei, le possibili alternative in grado di regolare al meglio la diffusione online?

"Un primo passo è dunque quello di ridurre il tempo tra la segnalazione degli editori e la rimozione del contenuto illecitamente pubblicato. Diversi sono gli accordi sottoscritti tra le autorità europee e le piattaforme, ben venga che questi accordi diventino norme. Indispensabile agire inoltre sull’efficienza delle autorità nazionali nel determinare i casi di violazione così da tutelare i detentori dei diritti. Un ulteriore piano di azione, certamente più complicato per i tempi della politica cui purtroppo siamo abituati, è quello culturale. Far comprendere all’utente che la notizia non si limita al solo titolo ma anche all’articolo che segue è sempre più difficile in una società che corre veloce. E qui mi rivolgo anche agli editori, scrivere contenuti di qualità è il miglior mezzo per affiliare il lettore".

Per concludere, torniamo in ambito italiano, spostandoci di poco: si parla moltissimo di “digital revolution”, ormai fattore cruciale per un’azienda che vuole rimanere al passo con i tempi. Considerando il panorama europeo nel quale lavora, come definirebbe la situazione attuale del nostro Paese?

"Il mercato digitale si potrà sviluppare se saremo in grado di soddisfare i tre pilastri base del quadro comune: uguaglianza, partecipazione e fiducia. Uguaglianza significa poter usufruire delle medesime possibilità e, per esempio, avere una banda sufficientemente veloce. Oggi in Italia abbiamo da investire ancora molto. Cittadinanza vuol dire anche partecipazione. Un utilizzo passivo del mercato digitale non giova né ai consumatori né alle imprese: per sviluppare appieno il potenziale del settore, abbiamo bisogno che gli utenti partecipino in modo attivo e proattivo. Dobbiamo perciò sviluppare un ambiente che favorisca e semplifichi gli scambi, sia tra privati, sia tra imprese sia a livello di amministrazione pubblica. Le future proposte legislative dovranno dare grande impulso all’e-government"

E per quanto riguarda la salvaguardia della privacy e il trattamento dei dati? Anch’esso tema che non si sottrae ai dibattiti odierni.

"Ulteriore punto cruciale: scambi più facili possono però comportare rischi maggiori per i dati sensibili e personali. Ecco perché non dobbiamo trascurare la terza componente di cui parlavo prima: la fiducia. I cittadini impareranno a sfruttare il potenziale del mercato unico digitale solo se sentiranno di essere adeguatamente tutelati. Dobbiamo inoltre garantire che per i consumatori, e in particolare gli acquirenti, digitali, valgano gli stessi diritti che possono invocare nella vita quotidiana, soprattutto negli scambi commerciali.  Solo unendo questi concetti si potrà dare seguito alla vera cittadinanza digitale, che dia a tutti gli stessi diritti e pari opportunità di accesso ai servizi".

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