Green Day: in 12.000 in piazza Unità per un concerto da ricordare

Show di Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool. I tre saltano, si agitano e spingono al massimo i propri strumenti, dimostrando da subito di essere uno dei live act più coinvolgenti in circolazione

Ci sono concerti e Concerti. Quello dei Green Day a Trieste merita di essere definito Concerto, con la C maiuscola, enorme, tanti sono stati la presenza scenica, l’intrattenimento e la classe portate dai tre californiani sul palco di Piazza Unità. Dopo aver rivoluzionato il punk rock nel 1994 con “Dookie” e aver posto una pietra miliare sul rock mondiale con “American Idiot” (2004), la band capitanata da Billie Joe Armstrong torna in Italia per quattro date, come ideale perdono per gli inconvenienti – inevitabili e non – avvenuti in concomitanza delle ultime due loro calate nel nostro Paese. Prima il nubifragio di Venezia e successivamente l’intossicazione di Armstrong a Bologna hanno convinto i Green Day a rimediare alla grande: Milano, Trieste, Roma e Bologna sono le quattro città tenute ad ospitare quello che dai fan sarà ricordato sempre come un gran Concerto. Con la C maiuscola, appunto.

L’attesa dei quasi 12.000 presenti è logorante. Prima la pioggia e poi il sole battente rendono complicata la resistenza in coda. Alle 18:00, in concomitanza con un altro acquazzone, ecco l’apertura dei cancelli: in 2000 fan, delle età più disparate, si fiondano all’interno del pit sottopalco, mentre i restanti 10.000 si devono “accontentare” del resto della piazza. Il palco è enorme, altissimo, le luci incredibili, anche con le nuvole che continuano ad addensarsi invece che sparire. A controllare la parte tecnica di amplificatori e strumenti è nientemeno che Marky Ramone, membro superstite della leggendaria punk band dei Ramones, ed autore quindi di un ipotetico “passaggio di consegne del punk rock”, dato che lo si vede aggirarsi sul palco come un roadie qualsiasi, a sistemare bottigliette e asciugamani, pur accolto dai boati entusiastici della folla. È proprio mr. Ramone, assieme ad altri tre individui, ad intrattenere la folla triestina sotto la pioggia, improvvisando un set di quattro cover, obiettivamente non il massimo. Il pubblico apprezza comunque: tutto fa brodo pur di arrivare in fretta alle 21.

Con quindici minuti di ritardo (dovuti ad un guasto all’impianto di illuminazione del palco), lo show può iniziare. Prima le note di Bohemian Rapsody dei Queen (cantata da tutta la piazza) e poi Blitzkrieg Bop dei Ramones (con tanto di coniglio-mascotte sul palco) fanno da introduzione alla band californiana, che attacca subito con l’ultima 99 Revolutions, il brano che da il nome al tour. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool sono in forma, e si vede da come saltano, si agitano e spingono al massimo i propri strumenti, dimostrando da subito di essere uno dei live act più coinvolgenti in circolazione. Tra pezzi nuovi (Stay The Night, Stop When The Red Lights Flash) ed altri con qualche anno in più sulle spalle (Know Your Enemy, Letterbomb), il pubblico si infiamma all’istante, e il carismatico frontman lo incita in continuazione con una serie di epici singalong. Seguono poi una Holiday da brividi ed una Boulevard Of Broken Dreams in cui Armstrong fa ammenda inginocchiandosi davanti ai fan in delirio, quasi a volersi scusare del colpevole ritardo con cui questi show hanno avuto luogo. Lo show prosegue poi con le nuove hit Oh Love, Nuclear Family e Stray Heart, mentre subito dopo è la volta dei Green Day “old school”, con una serie di brani al fulmicotone come Burnout (1994), Brain Stew (1995), Hitchin’ a Ride (1997) e 2000 Light Years Away (1992), mentre l’attesa Basket Case viene realizzata in due tiratissimi minuti, accompagnata dalle classiche Long View e She. Billie Joe lascia da parte la chitarra per un attimo, per St. Jimmy e la cabarettistica King For a Day, estesa come di consueto con l’inserimento finale di Shout, Satisfaction dei Rolling Stones e Hey Jude dei Beatles, mentre prima era stata omaggiata anche Highway To Hell degli Ac/Dc: un ideale passaggio di testimone tra vecchi e nuovi miti del rock mondiale. Tocca a X-Kid e Minority chiudere il main set, condito anche da qualche parolina in italiano masticata da Billie, un imprecazione, il suo continuo sventolare una bandiera italiana con i loro volti sopra e il divertente lancio di carta igienica e magliette sul pubblico.

Si ritorna sul palco poco dopo, con l’anthemica American Idiot e la lunga e coinvolgente Jesus Of Suburbia, nove minuti di pura libidine rock. Chiude il concerto una commovente Brutal Love, prima degli ultimi saluti al pubblico friulano da parte dei tre musicisti di Oakland. Uno show entusiasmante, due ore e un quarto senza nemmeno un punto debole che riesce ad affiorare nella mente di chi vi ha assistito. La location, affacciata sul mare, ha aggiunto un ulteriore tocco di magia ad uno dei concerti migliori da quando nel 2007 si è iniziato a portare le stelle della musica in Regione. Da Springsteen agli Ac/Dc, dai Metallica a Madonna, dai Bon Jovi a R.E.M. e Placebo, dai Foo Fighters ai Radiohead, il Friuli è la patria dei grandi show estivi, e quello dei Green Day a Trieste si pone sul podio come uno dei più riusciti di sempre.

LA SCALETTA
99 Revolutions
Know Your Enemy
Stay The Night
Stop When The Red Lights Flash
Letterbomb
Oh Love
Holiday
Boulevard Of Broken Dreams
Stray Heart
Nuclear Family
Highway To Hell
Burnout
2000 Light Years Away
Hitchin’ a Ride
Brain Stew
Long View
Basket Case
She
St. Jimmy
King For a Day
Shout/(I Can’t Get No) Satisfaction/Hey Jude
X-Kid
Minority

American Idiot
Jesus Of Suburbia
Brutal Love

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