Alla scoperta del bunker sotto il castello di Udine grazie alla mostra After Hiroshima

Nella severa e disadorna cornice del rifugio antiaereo di piazza I Maggio viene presentata al pubblico udinese la mostra After Hiroshima (a cura di IoDeposito. Si ringraziano Iacopo Russo e Isabella Vincenti per la collaborazione curatoriale).

La mostra vuole essere una riflessione partecipata, un confronto generazionale ed una rielaborazione delle immagini archetipo legate all’esplosione delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, dissezionato nei linguaggi della cinematografia e nella videoarte contemporanea.

Michihiko Hachiya, direttore dell’ospedale di comunicazioni di Hiroshima,riflettendo su quanto accaduto in seguito ai bombardamenti del 6 e del 9 agosto 1945 ad Hiroshima e Nagasaki, scriveva nel suo “Diario di Hiroshima” (1955):

“22 settembre 1945: Pochissimi ormai erano i degenti, non avevamo quasi niente da fare se non starcene seduti e attendere; di conseguenza ero portato alla meditazione. Dopo giorni e giorni, era la prima volta che mi lasciavano in pace, e avevo agio di ripensare obiettivamente al passato”.

Come il 22 settembre 1945 Michihiko Hachiya è stato “portato alla meditazione” i visitatori del bunker il 21 e 22 settembre 2019 avranno modo di “ripensare obiettivamente al passato”.

Dalle pulsanti testimonianze presentate dagli artisti contemporanei, gli spettatori saranno chiamati nuovamente, a distanza di oltre cinquant’anni, ad indagare i pesanti retaggi del conflitto atomico.

L’accecante luce radioattiva, la mushroom cloud ed i filmati d’archivio diventati poi archetipi della paura nell’immaginario giapponese e non, stimolano una rielaborazione personale da parte dei giovani artisti coinvolti nella manifestazione al fine di esorcizzarne la natura mortale e distruttiva che ancora attanaglia le nuove generazioni, ricostruendo un nesso forte tra la Grande Guerra (madre di tutte le guerre contemporanee) e la bomba atomica. In questo confronto multifocale concentrato sui retaggi contemporanei di tale disastro umano, saranno visibili frammenti delle due opere cinematografiche Pioggia Nera (1989) di Shoei Imamura e Children of Hiroshima (1952) di Kaneto Shindo -quest’ultimo presentato nel 1953 con successo al Festival di Cannes- le quali affrontano in modo evocativo, seppur realistico, la rappresentazione del giorno dell’esplosione.

Tra le pesanti pareti del bunker troverà spazio anche l’opera multipla Sweet Obliteration (2014) di Kailum Graves. L’artista australiano lavora sulla manipolazione delle immagini del fungo atomico che, tramite martellante ripetizione, da mortifero simbolo di distruzione finisce con l’assumere un significato familiare, sbiadito e “(Nuclear) Kitsch”, citando le parole dell’artista.

Sabato e domenica dalle ore 17 sarà possibile assistere, in loco, alla performance Bombard dell’artista vietnamita Kimvi Nguyen. Un coinvolgente atto artistico nel quale l’artista rappresenterà il pesante fardello del conflitto dando fondo, simbolicamente, al suo respiro, esorcizzando così la natura mortale e distruttiva che ancora attanaglia le nuove generazioni attraverso l’improvviso scoppio di un pallone stratosferico di due metri di diametro con il quale verrà invaso, metaforicamente, lo spazio del bunker."

La performance permetterà forse di esorcizzare il timore dello scoppio tramite la familiarizzazione con oggetti comuni rievocanti leggerezze dell’infanzia; tuttavia, dove il bambino ha paura dello scoppio dei palloncini, l’adulto teme il possibile disastro atomico. Come avrebbe scritto il poeta William Wordsworth “The child is the father of the man”.

Il bunker ospitante la mostra, costruito durante la seconda guerra mondiale, per dare rifugio ai cittadini udinesi in seguito ai continui bombardamenti aerei, diventa parte integrante delle installazioni stesse, cornice che penetra nelle immagini proiettate con la sua estetica spoglia seppure altisonante, dal suono riverberante.

I video richiedono una meditazione partecipata possibile anche grazie alla realizzazione della manifestazione all’interno del Bunker, location unica, capace di creare una cesura, un isolamento ermetico dal caotico vivere quotidiano, ricongiungendo chi vi accede con i propri ricordi dell’esperienza bellica tramandata dalla collettività, dai libri di storia, dai nebulosi spettri del passato.

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