Gli artigiani friulani vogliono l'aggregazione dei piccoli comuni

Lo svela un'indagine di Confartigianato Fvg: 8 su 10 chiedono un nuovo assetto. Buttazzoni: "Confermata l'esigenza di un cambiamento"

“I piccoli comuni si debbono aggregare”. Lo dicono gli artigiani friulani secondo la recente indagine curata dall’Ufficio Studi di Confartigianato Udine che ha coinvolto 609 imprenditori. “In 4 su 5 – per la precisione il 79% dei rispondenti, come spiega il responsabile dell’Ufficio Studi Nicola Serio – hanno infatti affermato che i comuni di piccola dimensione vadano incentivati o addirittura obbligati ad aggregarsi. Anzi, la via obbligata è quella preferita dalla maggioranza assoluta degli interpellati, il 51,6%, mentre la strada dell’incentivo è stata indicata dal 27%. Soltanto il 21,4% vorrebbe il mantenimento dell’assetto attuale, smentendo l’immagine stereotipata di un artigiano “conservatore”, almeno in fatto di assetto amministrativo. Certo ci sono delle differenze.

Per esempio la percentuale dei conservatori sale al 35% tra gli imprenditori delle aree montane, al 34% tra chi ha sede in un comune al di sotto dei 2000 abitanti, al 26% tra gli artigiani del comparto delle costruzioni e al 25% tra chi possiede un titolo di studio più basso. Viceversa l’identikit dell’artigiano particolarmente favorevole ad accorpare le piccole amministrazioni comunali lo descrive attivo nei servizi, con sede nella zona di pianura, giovane e con un titolo di studio elevato. Nonostante queste differenze, la preferenza per una geografia amministrativa meno frammentata è netta e generalizzata. 

Ma ecco il dettaglio delle risposte degli artigiani, illustrato da Nicola Serio. “Il primo dato da analizzare riguarda quanti imprenditori hanno risposto al quesito. Si tratta del 93% degli intervistati, in valore assoluto 564 artigiani. Il dato è di 11 punti superiore alle risposte ottenute sul quesito relativo alla riforma delle Camere di Commercio (82%). Discriminando per dimensione e zona altimetrica emerge che il problema è molto sentito nei comuni piccoli (con meno di 2mila abitanti), in particolare in quelli montani, dove ha risposto il 97% degli intervistati. La restante parte (45 artigiani pari al 7%) ha dichiarato di non avere un opinione a proposito o di non voler rispondere. Puntando l’attenzione sulle risposte valide, viene superata la maggioranza assoluta con il 52% di preferenza per l’opzione “è necessario obbligare i comuni più piccoli ad accorparsi”. Si limita ad un più morbido “è giusto incentivare i comuni ad aggregarsi” il 27% degli intervistati (meno di 1 su 3). 

Nel complesso il 79% degli artigiani (8 su 10) chiedono dei cambiamenti sull’assetto degli attuali comuni. É pari al 21% (uno su cinque) la percentuale di chi chiede di mantenere invariata la situazione attuale. La scelta di obbligare i comuni ad unirsi rimane l’opzione modale per tutte le variabili considerate; è però meno sentita nei comuni di dimensioni più piccole: si scende sotto il “quorum” del 50% già nei comuni con meno di 5mila abitanti, si arriva al 45% nei comuni con meno di 2mila abitanti. Tocca il punto di minimo per gli artigiani delle costruzioni (42%), più propensi ad incentivare senza obblighi (32%). 

Analizzando le risposte nei comuni più piccoli, con meno di 2mila residenti: c’è un 34% di artigiani (uno su tre) contrari ad introdurre cambiamenti, 14 punti in più rispetto ai comuni maggiori. In montagna emerge una dicotomia tra obbligo di accorpamento al 48% (quattro punti sotto la media provinciale) e mantenimento dello status quo al 36%, mentre ha poco riscontro l’ipotesi di incentivare. Gli artigiani di collina e pianura esprimono opinioni più in linea con la media anche se c’è da rilevare che l’ipotesi di non modificare l’attuale assetto raggiunge il minimo in pianura (19%). 

L’analisi per macro settore evidenzia che la percentuale di “conservatori” decresce passando dalle costruzioni (26%), alle manifatture (20%) ed ai servizi (18%), mentre l’ipotesi di obbligare i comuni ad accorparsi, come accennato è al minimo nelle costruzioni (42%) e su valori molto alti nelle manifatture (57%) e servizi (56%). 

Considerando età e genere, emergono opinioni abbastanza simili per donne e giovani che si allineano sulla posizione più morbida degli incentivi (30%) con meno obblighi e meno mantenimento della situazione attuale. Maschi e “over 45” propendono maggiormente per le due scelte più nette. 

L’analisi per titolo di studio fa emergere, in parallelo a quanto avvenuto sulla domanda relativa all’accorpamento delle Camere di Commercio, una propensione a tagliare/riformare che cresce al crescere del grado d’istruzione: l’obbligatorietà degli interventi è al 49% tra i titolari di licenza elementare e media e sale al 53% tra gli imprenditori con titolo superiore (compreso il professionale) o laurea. Specularmente l’invito a non intervenire è sostenuto dal 25% degli imprenditori con meno anni di studio (uno su quattro) e da solo il 19% (meno di uno su cinque) di quelli con istruzione almeno superiore. 

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