Bajram e gli altri, la bella storia dei signori del Domino

Sono i pensionati albanesi che ogni giorno, quando c'è il sole, si incontrano al parco Brun di viale Vat per giocare con le tessere e un pezzo di cartone. Da oltre dieci anni

Il tavolo da gioco del Domino

Ahmed è l’unico che non viene dall’Albania, ma me ne accorgo solo dopo diversi minuti di attenta osservazione. I quattro infatti parlano tra di loro proprio in albanese e lui non è da meno, depistando le mie poche certezze mentre osservo questi uomini che sembrano usciti da un film di Kusturica.

I quattro uomini

Nonostante il sole hanno giacche e pantaloni pesanti, in quelle tinte della natura che si prepara all’inverno con toni che dal marrone vanno al grigio. E poi quella pelle, spessa e scura, che sa di vento in faccia e fatica. Impossibile non rimanerne affascinati. Soprattutto perché se ne stanno chini intorno a un tavolo impegnatissimi e concentrati. E no, non stanno né giocando a carte, né parlando di politica.

Il Domino

Sono immersi in una partita a Domino e anche se le regole dicono che non si dovrebbe parlare, loro quattro lo fanno abbozzando anche qualche mezzo sorriso ma mai una parola alzata di tono rispetto alle altre. “Pesë, pesë!”, dice Ahmed rivolto a Bajram. L’altro gli sorride, alza le spalle, con un gesto rapido della mano sinistra pesca dal palmo della destra una piccola tesserina metallica con cinque pallini e la fa cadere sul cartone posto al centro del tavolo. Partita finita. I due hanno vinto. Mezzo sorriso, poi si contano i punti. Per vincere devono arrivare a 151 e poi si ricomincia.

Un passatempo tramandato

Sono tutti uomini ormai in pensione o molto vicini a raggiungerla. Sono tutti albanesi, tranne Ahmed, che dopo un po’ che li osservo mi dice di venire dalla Tunisia. “Ma ormai li conosco da così tanto tempo che sono uno di loro!”, ride. Bajram gli risponde qualcosa in albanese e ridono tutti e quattro. Si incontrano da più di dieci anni al parco Brun di viale Vat, ogni mattina di bel tempo. Non serve darsi preavviso: se c’è il sole, si esce. “Domani hanno messo pioggia, può darsi che ci troveremo solo al bar a bere un caffè e poi ognuno tornerà alle sue faccende”.

Le loro storie

Skandar incrina in giù un angolo della bocca. “Io un lavoro ce lo avevo, facevo l’autista in ospedale. L’ho perso qualche anno fa e ora non riesco più a trovarne un altro, per fortuna che a casa lavora mia moglie”. Sono tutti uomini arrivati in Italia con le loro famiglie negli anni Novanta. Uomini che hanno lavorato molto e ora godono di un pacato - e forse troppo lungo - tempo da spendere durante le loro giornate udinesi. “Viviamo tutti qui in zona”, racconta Bajram allargando il braccio non solo a indicare l’intrico di vie intorno al parco, ma anche a comprendere un’altra tavolata di giocatori, posizionata qualche decina di metri distante. Se mi guardo bene attorno, vedo dietro di loro diverse biciclette appoggiate ai cavalletti. Gli chiedo se posso stare un po’ con loro e accettano a una condizione, che non si parli di Salvini. “Quando riusciamo veniamo qui anche nel pomeriggio, altrimenti al mattino passiamo un paio d’ore e quando sentiamo le campane di mezzogiorno rientriamo tutti a casa”.

Le regole del gioco

Il necessario per il trascorrere di queste ore di compagnia è veramente essenziale. Le 28 tessere, rigorosamente di metallo che sotto il sole scintilla, e un pezzo di cartone che fa da base e da tabellone. Se proprio proprio si vogliono viziare, i giocatori di Domino (loro lo pronunciano con l’accento sull’ultima “o”) si portano dietro un blocchetto di carta per segnare i punti che altrimenti finiscono tutti sul cartone. Mi chiedo e gli chiedo se sia una loro tradizione, quella del Domino. Penso tra me e me che noi abbiamo la briscola, il tressette, il taj. “Ma no, a Domino si gioca dappertutto!”, mi rispondono quasi in coro. Io però ci giocavo solo da bambina, le tessere erano di plastica bianca con i puntini neri e di sicuro non usavo nessuna tattica per vincere, che non fosse quella di attaccare i numeri uguali. Glielo dico e loro prima mi dicono di sedermi e guardare, poi mi fanno giocare una, due, tre partite.

Non è una sfida

Penso che in osteria forse non sarebbe successo. Il compagno di briscola è sacro e vincere è questione d’onore. A questo pensiero mi accorgo di un’altra differenza. Bajaram e gli altri non bevono. Il chiosco del parco è chiuso e loro non paiono sentire l’esigenza di annaffiare le loro sfide con il vino. “Giochiamo per passare il tempo in pace, non per vincere o litigare”. Faccio perdere Ahmed, gli chiedo scusa ma lui sorride e mi batte le nocche sulle mie, tenendo la mano stretta a pugno. Gli altri scoppiano a ridere per questo goffo tentativo di saluto troppo giovanilistico e mentre mi allontano mi chiedono di ritornare, quando avrò tempo, e di portare anche i miei amici. Sono certa che avranno sempre voglia di insegnare le regole del loro gioco a chiunque glielo chiederà.

Potrebbe interessarti

  • Post-sbornia: i rimedi per stare meglio dopo una bevuta

  • I sintomi, i rimedi e le cure per il morso del ragno violino

  • Quanto bisogna aspettare prima di fare il bagno?

  • E' vero che le zanzare preferiscono pungere certe persone rispetto ad altre?

I più letti della settimana

  • È friulano il migliore giovane neurologo d'Europa

  • Morto un turista in spiaggia a Lignano Sabbiadoro

  • Ecco chi sono i rapinatori: quattro uomini con base a Passons

  • Da lunedì chiusa un'uscita autostradale per cinque mesi

  • Aperto il primo take away di frico al mondo, il Frico Gourmet in piazzale Cella

  • Bambina di due anni trova una bomba scavando una buca in spiaggia

Torna su
UdineToday è in caricamento