Peteano: quarant'anni dalla strage che sconvolse la nostra regione

Nell'attentato persero la vita il brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il tenente Angelo Tagliari e il brigadiere Giuseppe Zazzaro

La stele che ricorda i carabinieri caduti nell'attentato

Quarant'anni da quel 31 maggio 1972. Una pagina triste della nostra storia, analizzata dal contributo del nostro lettore Alessandro Minisini.

Erano le 22:35 del 31 maggio 1972, quando una telefonata anonima al centralino del pronto intervento dei Carabinieri di Gorizia, segnalò un’auto sospetta in una zona isolata presso la frazione di Peteano di Sagrado. A riceve la telefonata fu il centralinista di turno Domenico La Malfa. Il testo in lingua dialettale (ancor oggi udibile su youtube) fu il seguente: “Senta, vorrei dirle che xè una macchina che la gà due buchi sul parabrezza fra la strada da Poggio Terza Armata a Savogna. La xè una cinquecento”.

In pochi minuti sul posto giunsero tre gazzelle dei Carabinieri che rinvennero la Cinquecento con due  fori nel parabrezza, così come aveva indicato l’anonima telefonata. I militari si mossero con circospezione, la serratura presentava segni di effrazione ma all’interno dell’abitacolo non c’era nulla di sospetto. Visto il modello, doveva trattarsi di una delle tante auto rubate da qualche balordo della zona. Decisero quindi di provare ad ispezionare il piccolo portabagabli anteriore, ma l’apertura provocò l’esplosione dell’auto. Persero la vita il Brigadiere Antonio Ferraro di 31 anni e i Carabinieri Donato Poveromo e Franco Dongiovanni di 33 e 23 anni. Rimasero gravemente feriti il Tenente Angelo Tagliari ed il Brigadiere Giuseppe Zazzaro.
A dirigere le indagini fu messo il Colonnello Dino Mingarelli, comandante della Legione Carabinieri di Udine.

Fu subito seguita una “pista rossa”, palesemente inconsistente ed inventata a tavolino, che conduceva agli ambienti di Lotta Continua di Trento, ma poco dopo un’informativa della magistratura di Milano, (fornita da Giovanni Ventura, arrestato nel frattempo per la strage di Piazza Fontana), deviò le indagini sui terroristi neofascisti: il Mingarelli scartò tuttavia l’indicazione milanese in quanto un ordine del SID (l’allora servizio segreto italiano) lo invitò a sospendere le indagini sul gruppo neofascista e quindi venne scartata anche la “pista nera”.

A questo punto il Colonnello Mingarelli rivolse le sue attenzione su una “pista gialla”, ossia su alcuni giovani del luogo, che secondo lui avrebbero effettuato la strage per vendicarsi di alcuni sgarbi subiti dai Carabinieri. Tra il 1973 ed il 1979 i sei vennero indagati e processati più volte, rinviati a giudizio nel 1973, assolti per insufficienza di prove nel 1974, assolti in appello nel 1974, quindi rinviati in giudizio in cassazione nel 1978 e poi definitivamente assolti con formula piena nel 1979. Da quest’ultima indagine scaturi la colpevolezza del Mingarelli per falso materiale, ideologico e per soppressione di prove (condanna confermata in  Cassazione nel 1992).

A questo punto, dopo sette anni dalla strage nulla era stato ancora scoperto, la “pista rossa” era stata abbandonata quasi subito, la “pista nera” fu stoppata dai Servizi e la “pista gialla” risultò essere una montatura, bisognerà attendere il 1984 quando l’ideatore della strage confessò. A parlare fu Vincenzo Vinciguerra, militante di Ordine Nuovo, latitante dapprima in Spagna e poi in Argentina, costituitosi nel 1976 “per non compromettere la sua dignità di militante rivoluzionario”, al momento della confessione, il Vinciguerra si trovava in carcere con l’accusa di aver organizzato nel 1972, un tentativo di dirottamento  presso l’aereoporto di Ronchi dei Legionari, in cui morì il suo complice, l’ordinovista Ivano Boccaccio. La confessione di Vinciguerra fu spontanea, non rinnegò le azioni intraprese nel passato  ma anzi le rivendicò con orgoglio: “Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell’ideazione, dell’organizzazione e dell’esecuzione materiale dell’attentato di Peteano, che si inquadra in una logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo, cosiddette di destra e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali, collocati ai verti delle Stato. Il fine politico che attraverso le stragi si è tentato di raggiungere è molto chiaro: attraverso gravi provocazioni innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione. Il fine massimo era quello di giungere alla promulgazione di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tal modo si sarebbe realizzata quell'operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto, ovviamente inserito in un contesto internazionale nel quadro dell'inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali".

L’obbiettivo di Vincigerra con la strage di Peteano, era quello di affermarsi come unico fatto veramente rivoluzionario: un’azione di guerra esplicitamente rivolta contro lo Stato impressionato dai Carabinieri e non contro una folla indiscriminata, tale confessione gli costò una condanna all’ergastolo.

La Commissione Stragi scrisse in un suo rapporto:”alla Commissione in ordine a tale episodio non resta che prendere atto di ciò che può ritenersi ormai un fatto storico accertato e consacrato in giudicati penali di condanna e cioè, l'illecita copertura attribuita agli estremisti di destra autori dell'attentato da parte di alti ufficiali dell'Arma dei Carabinieri, tra questi il colonnello Mingarelli condannato dalla Corte di Assise di Appello di Venezia per falso ideologico e materiale e per soppressione di prove. Appare sul punto innegabile che i Carabinieri disponessero di un elemento chiarissimo per l'individuazione della matrice della strage, in quanto l'ordinovista Ivano Boccaccia era stato trovato in possesso della stessa arma utilizzata per sparare contro i vetri della 500 ove era stata collocata la bomba di Peteano, ed i cui bossoli esplosi erano stati repertati dai Carabinieri. Alla luce di ciò, è del tutto evidente come la "pista rossa" subito imboccata non possa giustificarsi neppure come una volontà di trovare comunque il colpevole, anche a fini di immagine; emerge infatti chiaro l'intento deliberato di strumentalizzare un episodio, pure così tragico ed una criminalizzazione della sinistra eversiva secondo un disegno strategico preciso".

Gli apparati di sicurezza del nostro paese “pilotarono” le indagini verso una direzione strategicamente definita e nonostante le intenzioni dell’attentatore Vinciguerra, anche la strage di Peteano è da collocare nel fenomeno denominato “Strategia della Tensione”, anche se in questo caso, le forze dell’ordine, si sono “limitate” a strumentalizzare l’accaduto, senza farne parte direttamente.

APPROFONDIMENTI: l’intervento di Giorgio Almirante

Durante la confessione, Vincenzo Vinciguerra rivelò come nel 1982 il segretario del MSI Giorgio Almirante, avesse fatto pervenire 35.000 dollari al dirigente dell’MSI friulano e coautore della strage Carlo Cicuttini, affinché modificasse la sua voce durante la latitanza in Spagna mediante un apposito intervento alle corde vocali. Il Cicuttini era infatti l’autore della telefonata ai Carabinieri ed era stato identificato attraverso un confronto con un comizio del MSI da lui tenuto. Nel 1986 a seguito dell’emersione dei documenti che comprovavano il passaggio dei 35.000 dollari tra una banca di Lugano, il Banco di Bilbao ed il Banco Atlantico, l’avvocato goriziano Eno Pascoli e Giorgio Almirante, vennero rinviati a giudizio con l’accusa di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. L’avvocato venne condannato, mentre Almirante, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare finché approfittò di un’amnistia, grazie alla quale uscì dal processo.
Cicuttini, fuggito in Spagna (che non concesse mai l’estradizione), venne catturato nel 1998 quando fu vittima di una trappola ideata dalla Procura di Venezia, che gli fece offrire un lavoro a Tolosa dove, recatosi per il colloquio, venne arrestato dalla Polizia ed estradato dalla Francia.
Vincenzo Vinciguerra sta scontando l’ergastolo. Carlo Cicuttini è deceduto a causa di un male incurabile nel 2010. Ivano Boccaccio morì nel 1972 durante uno scontro a fuoco all’aereoporto di Rochi dei Legionari.

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