In Fvg lavoro povero per 45 mila, ma il sindacato è scettico su salario minimo

Cgil-Cisl-Uil a confronto sugli strumenti per sostenere le retribuzioni e i le tutele contrattuali

Quella del lavoro povero è purtroppo una piaga sempre più diffusa, anche in Europa ma soprattutto in Italia. E il Friuli Venezia Giulia non ne è certo immune.

Di questo si è parlato nel dibattito “Salario minimo, vantaggi e svantaggi”, organizzato dal Consiglio sindacale interregionale (Csi) Fvg-Slovenia e svoltosi a Trieste nella Sala Tessitori di piazza Oberdan. Al confronto tra Cgil Cisl e Uil ha preso parte anche Luca Visentini, segretario generale della Ces, la Confederazione Europea dei Sindacati (Ces), impegnata nel confronto con la Commissione europea proprio sul tema dei salari minimi. Ventidue, come ha spiegato Visentini, i Paesi europei dove sono stati adottati provvedimenti legislativi in materia, ma con molte disparità non soltanto nelle soglie reddituali di base, com’è ovvio visti i diversi livelli di sviluppo economico e di costo della vita, ma anche di carattere normativo, a partire dal rapporto con la contrattazione collettiva.

«Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia - ha affermato Roberto Treu, presidente del Csi che ha coordinato il dibattito - con il livello medio delle retribuzioni solo leggermente inferiore a quello nazionale e il 10% dei lavoratori che non arrivano alla soglia degli 8,40 €, contro gli 8 € dell’Italia come soglia del decile più povero, possiamo stimare in almeno il 16% la percentuale di lavoratori potenzialmente interessati al salario minimo, prendendo come riferimento la soglia più bassa prevista dalle due proposte di legge in materia, quella dei 9 euro lordi orari. Il numero di lavoratori dipendenti potenzialmente interessati in regione è di 56mila persone, che scendono a circa 45mila se escludiamo gli apprendisti, ipotizzando una loro possibile esclusione dal perimetro di intervento della legge».

Il sindacato, però, è scettico sull’introduzione di una simile misura, perché l’esempio dei 22 stati che hanno adottato un reddito minimo per legge, tra i quali la vicina Slovenia (ne hanno parlato Lidija Jerkic e Peter Majcen, i segretari dei sindacati Zsss e Ks 90), insegna che misure di questo tipo possono incidere negativamente sulla forza della contrattazione collettiva. «Il rischio, in sostanza, - avverte il segretario della Cgil Fvg Pezzetta - è di un livellamento al ribasso delle retribuzioni. Ecco perché noi crediamo che la strada maestra sia quella di rafforzare la contrattazione collettiva di primo e secondo livello, anche attraverso accordi e strumenti innovativi che possano consentire di allargarne il perimetro, raggiungendo lavoratori e settori oggi esclusi anche a causa del dumping contrattuale, dell’abuso di contratti atipici e della diffusione di appalti e subappalti, anche nel comparto pubblico, che rappresentano una delle forme più diffuse, se non la più diffusa in assoluto, di elusione degli obblighi normativi e contrattuali nei confronti dei dipendenti e di riduzione generalizzata del costo del lavoro».

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