Aggressioni ai medici, più di 1 su 3 si sente poco sicuro

La parola al dottor Vito Cortese: “Se il sistema non funziona, il medico diventa il bersaglio per scaricare la rabbia”

Il 50 per cento dei medici intervistati ha subito aggressioni verbali e il 4 per cento è stato vittima di violenza fisica. Un fenomeno che sta diventando sempre più una vera emergenza della sanità pubblica, tanto da stimolare l’intervento del Governo che, ad agosto, ha presentato un disegno di legge per arginarlo. I dati, frutto di un'indagine condotta dalla Federazione degli Ordini, rispecchiano la situazione anche sul nostro territorio. Più del 56 per cento di chi ha subito violenza ritiene che l’aggressione potesse essere prevista, anche se il 78 per cento degli intervistati non sa se esistano o meno procedure aziendali per prevenire o gestire gli atti di violenza, fa sapere il medico Vito Cortese, protagonista della formazione professionale e medico al Policlinico Città di Udine.

"Rassegnazione"

Oltre il 38 per cento degli operatori sanitari si sente poco o per nulla al sicuro e più del 46 per cento dichiara di sentirsi abbastanza o molto preoccupato di subire aggressioni. Il dato allarmante, per il medico Cortese, è una sorta di rassegnazione dei medici: il 48 per cento delle vittime di un’aggressione verbale la ritiene un evento abituale e il 12 per cento inevitabile, quasi fosse un rischio professionale, e queste percentuali cambiano poco anche in chi ha subito un'aggressione fisica (42% e 16%). “Alla base di questo fenomeno, oltre alla crisi istituzionale che alcuni ruoli stanno attraversando, possiamo riconoscere una mutata relazione medico-paziente, caratterizzata sempre più dalla mancanza di tempo, scarsità di risorse, intensità delle emozioni vissute, informazioni divulgate via rete e non sempre corrette, strutture organizzative e di cura percepite frequentemente come insufficienti o poco umanizzanti”, dichiara il dottor Cortese, specialista in Anestesia e Rianimazione.

Importanza della formazione

Nel mirino finisce l’aziendalizzazione del sistema sanitario che “ha trasformato i medici in tecnici, le prestazioni sanitarie in merci, i pazienti in utenti/consumatori: tutto questo ha portato a una frattura nel delicato rapporto fra medico e paziente minandone l’alleanza, il rapporto fiduciario alla base del contratto tra i due attori della relazione di cura. I medici “diventano così il bersaglio su cui scaricare la rabbia per ogni vero o presunto malfunzionamento del sistema”. Un ruolo centrale viene assegnato alla formazione professionale che può essere la strategia più utile per aumentare le competenze degli operatori, migliorando il modo di reagire agli eventi aggressivi, fornendo tecniche di prevenzione e di eventuale autodifesa, permettendo di evitare l’innescarsi del ciclo di escalation dell’aggressività.

Paura della denuncia

Molti medici hanno paura di denunciare di aver subito aggressioni verbali e, alle volte, anche fisiche. Un medico su due ha subito almeno un episodio di violenza durante lo svolgimento del  servizio di continuità assistenziale. Certo, ci sono situazioni predisponenti a questi rischi: dalla lunghezza dei tempi di attesa nei pronto soccorso alle situazioni di carenza del personale. La violenza si manifesterebbe di più nei presidi territoriali di emergenza o assistenza isolati, o dove è scarsa l'illuminazione e infine se e dove il personale medico-sanitario non è adeguatamente formato a riconoscere e arginare l'aggressività. L'Ordine dei Medici di Udine, proprio alla luce della recrudescenza del fenomeno, ha voluto organizzare un secondo corso, in programma il 10 maggio nella sede udinese dell'Ordine, dal titolo “Aggressioni sul posto di lavoro: come riconoscerle per prevenirle” con tanto di simulazioni di situazioni a rischio, giochi di ruolo e consigli pratici.

Rocco

“Da tempo abbiamo avviato un percorso per mettere al riparo i medici di fronte a un paradosso impensabile: aggredire chi ti cura e si prende carico di te o di un tuo familiare”, dichiara il Presidente dell'Ordine dei Medici, Maurizio Rocco. Purtroppo il rapporto medico-paziente si è deteriorato, spesso manca il tempo necessario da dedicare alla comunicazione e alla relazione con il paziente, è vero, si registra l'eccesso burocratico sì, ma molte volte i medici e i sanitari in quanto tali vengono presi di mira senza una giustificazione. Chi aggredisce un medico, aggredisce se stesso. Molte volte i medici non denunciano – fa sapere il medico Vito Cortese - protagonista della giornata di formazione, specialista in Anestesia e Rianimazione -  un po' perché temono ritorsioni sul posto di lavoro, un po' perché credono di poter risolvere tutto con il buon senso, a volte sottovalutando, un po' perché ritengono che si tratti di rischi connessi al mestiere...”. Sui motivi che spingono i medici a non sporgere denuncia è intervenuta anche la Federazione nazionale degli Ordini definendo il fenomeno una “carneficina silenziosa” perché  "spesso rimane nascosta per vergogna, per pudore di un denuncia che scoperchierebbe situazioni di inadeguatezza o perché quasi messa in conto come componente del rischio professionale".

Sofferenza

Negli ultimi anni anche in Friuli si registra un’escalation di insofferenza da parte della popolazione, in particolare nei confronti dei Medici di Continuità assistenziale, di Pronto soccorso e dell’emergenza-urgenza territoriale. “Il cittadino che usa violenza contro il medico esercita violenza contro il Sistema salute e quindi contro il proprio interesse e il proprio benessere. Il nostro impegno come Ordine dei medici è quello di tutelare lo svolgimento della professione e l’incolumità dei sanitari”, rimarca il Presidente Rocco. C'è chi si è dotato degli alpini che vigilano, chi di sicurezza privata, ad ogni modo, è fondamentale che le Aziende sanitarie – questo l'appello - si attivino sia per monitorare le aggressioni sia per mettere in campo soluzioni di contrasto per la salvaguardia del personale sanitario. Sulla carta gli strumenti ci sono, ma devono ancora vedere un'applicazione concreta. 
La giornata del 10 maggio ha un obiettivo preciso: dotare i medici di misure che consentano l’eliminazione o la riduzione delle condizioni di rischio presenti e di far loro acquisire competenze mirate con cui gestire le crisi che potrebbero rappresentare campanelli d'allarme sfocianti poi in aggressioni verbali e fisiche. Intanto, i medici si formano e c'è chi si rivolge anche ai corsi di autodifesa personale. 
   
 

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